Quasi tutti i giorni si parla dell’immane tragedia dei morti nel Mediterraneo ma poco, per non dire mai, si dice di un’altra grande tragedia, quella dei drammi patiti da chi è sopravvissuto ed è giunto vivo sulle nostre coste e nelle nostre città. A Modena, dall’elaborazione dei dati delle oltre 700 cartelle di prima visita effettuate dai medici volontari del Centro Salute del Migrante e del Senza di Dimora di Porta Aperta alle persone richiedenti asilo appena arrivate in città, emerge che il numero di persone vittime di violenze e torture nel passaggio dalla Libia o Tunisia è del 75% del totale, cioè 3 su 4 hanno subìto questo trattamento prima di giungere in Italia. Ne parliamo con il dottor Giuliano Venturelli, responsabile di questo Centro che si avvale di una cinquantina di medici volontari specialisti in settori diversi, e di una quindicina di altri volontari attivi tra segreteria e farmacia, ambulatorio medico che da oltre 30 anni offre gratuitamente cure e la presa in carico di tutte le persone che non hanno l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale, in convenzione con l’Ausl (nel 2023 sono state registrate 3200 visite totali a 1559 pazienti, di cui 1318 uomini e 241 donne; gli accessi totali alla farmacia sono stati 4326).
Dottor Venturelli, di che tipo di violenze e torture parliamo esattamente?
«Cicatrici di ferite da taglio di coltello, ustioni sugli arti da sigaretta o da applicazione di correnti elettriche, esiti di fratture provocate volontariamente e non trattate adeguatamente che lasciano segni permanenti come deformità o limitazioni funzionali più o meno gravi. Intercettiamo storie di stupri ripetuti, storie di coloro che sono stati testimoni oculari di morti violente, storie di persone che hanno visto scomparire tra le onde durante la loro traversata nel Mediterraneo figli, genitori, amici, compagni di viaggio. Storie di violenze e torture nelle carceri libiche o tunisine per costringere i migranti a farsi inviare dalle loro famiglie il denaro per la liberazione e per il “biglietto” per salire sul barcone».
Le persone giunte alla vostra osservazione, da che Paesi provengono?
«Soprattutto da Gambia, Guinea, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Mali, Burkina Faso, e dalla rotta orientale (Pakistan, Afganistan, Bangladesh, India) visto che è praticamente chiusa la rotta balcanica. Un discorso a parte, senza voler creare discriminazioni tra migranti, va fatto per moltissimi tunisini che arrivano sulle nostre coste assieme agli altri, perché loro hanno una storia migratoria completamente diversa in quanto non hanno vissuto detenzioni in carcere o storie di viaggi lunghi e pericolosi».
Come si ripercuotono nel quotidiano le ferite “invisibili” che riscontrate nei richiedenti asilo sottoposti a queste violenze e torture nel loro percorso migratorio che generalmente è lungo dai 3 ai 6 mesi, ma spesso anche molto lungo (2,3 anni)?
«Insonnia, incubi notturni, crisi d’ansia o di pianto o di panico, depressione. Tutti i migranti portano dentro di sé un trauma psichico legato alla migrazione stessa, cioè lo sradicamento geografico, culturale e sociale. Le vittime di tortura subiscono lo sradicamento più intimo del proprio essere. Secondo gli psichiatri questa è una forma di violenza non confrontabile con alcuna altra esperienza traumatica e si stima che dal 35 al 75% dei sopravvissuti a questi traumi psichici estremi sviluppino un disturbo francamente psico-patologico».
C’è Emmanuel (nomi di fantasia) che è stato imprigionato per due mesi al buio e per questo credeva di aver perso la vista. Briki e Amine che hanno visto affogare in mare la loro neonata caduta dal barcone e lo scafista non si è fermato per consentire i soccorsi. C’è Mohammad, un ragazzo di 18 anni stuprato tutti i giorni per tre mesi. Sulle loro ferite fisiche è più facile intervenire, ma su quelle invisibili, come fare?
«Quando incrociamo sulle nostre strade questi ragazzi di colore, quando mai ci sfiora il pensiero di quali drammatiche storie portano dentro di loro? Le loro ferite psichiche dobbiamo impegnarci a curarle ognuno di noi, accogliendoli con umanità, cercando di ridargli dignità, avvicinandoci con empatia, abbandonando la paura del diverso».
In questo scenario, come commenta il provvedimento di trasferimento nei centri di espulsione in Albania?
«Tutti gli studi rilevano come le varie psicopatologie si manifestino con un’ampia variabilità legata alle differenze nel percorso di vita post migratorio. La prevalenza di questi disturbi è minima nei richiedenti asilo che ricevono buoni percorsi di accoglienza e permessi di soggiorno temporali lunghi, rispetto a coloro che hanno visti temporanei a rischio di espulsione. Le percentuali massime si riscontrano in coloro che giunti in Italia vengono rinchiusi in centri di detenzione ed espulsione: si parla di “ritraumatizzazione secondaria” i cui effetti sono facilmente immaginabili».
Importante novità di questi giorni: il Parlamento italiano ha approvato la legge che consente anche alle persone che vivono in strada di avere il medico di base e di curarsi. «E’ bene precisare che questa legge vale “solo” per coloro che, anche se privi di residenza anagrafica, sono in possesso della cittadinanza italiana. È stata una battaglia durata anni e portata avanti in primis da Avvocato di strada, e con forza condivisa da tutte quelle associazioni che nel nostro Paese si occupano di contrasto alla povertà, tra cui Porta Aperta a Modena, e anche dalle associazioni dei medici, risultato raggiunto già da qualche tempo in Emilia-Romagna e ora esteso a tutto il territorio nazionale. Mentre per quanto riguarda gli stranieri irregolari che non hanno né residenza né permesso di soggiorno e quindi non hanno il medico di medicina generale, possono usufruire delle cure mediche grazie al nostro ambulatorio di Porta Aperta, convenzionato con l’Ausl».
Laura Solieri, Gazzetta di Modena 10 novembre 2024